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Dopo tanto tempo passato a lavorare davanti al computer stavo impazzendo. Tutto quel lavorare con il filtro di mouse e tastiera e schermo, senza il contatto diretto con la materia, senza rapporto di causa ed effetto mi stava uccidendo. La mia volontà deve passare per fili, circuiti integrati, cristalli liquidi come se fosse imprigionata in una sfera di cristallo, e più voglio intervenire sulle linee di una foto, sui margini di una pagina, i colori di uno sfondo, più le mie dita cozzano sul vetro della bolla.
E sarebbe tanto facile, basterebbe un colpo di penna, uno strappo, uno strattone. E' questa la cosa stressante del lavorare con un computer. La lontananza dalla materia, che rimane sempre lì, chiusa nello schermo. E più mi sforzo di rendere la pagina web come la vorrei, e meno lei si lascia plasmare dalla mia volontà, con colori, linee e forme che sgusciano tra le dita come anguille, dotati di una vita propria, dispettosi. E tutto mi sembra così stupido, io lì seduto immobile di fronte a uno schermo a metterci ore per fare cose che con forbici, carta, pennarelli e un po' di colla farei in cinque minuti.

Il blocco di pero era lì da sei o sette anni, faceva da basamento a una delle prime sculture con la laccatura, prima ancora che scoprissi che la lacca vera è quella vegetale e non quella delle cocciniglie. Era già da un po' che lo osservavo, lì bello lucido e con quel colore caldo. Ogni tanto lo prendevo e lo rigiravo, pensando a quali forme potesse contenere e quali fossero le migliori angolazioni per farle emergere. Pensavo a come evitare i nodi e le cavità che presentava.
Poi l'altro giorno, dopo una mattinata passata al pc a tirar margini di qua e di là, a contar pixel di fotografie sigillate nella loro sfera di cristallo sui cui sbattevano le mie dita, mi ha preso un mal di testa lancinante. E' salito piano, come un leggero indolenzimento del collo che saliva su fino alle tempie. Poi l'indolenzimento è diventato solido, una massa pulsante attorno al cranio e il pensiero, lui questa volta come una fotografia digitale chiuso nella sua sfera di cristallo della calotta cranica, ha iniziato a sbattervi contro, come un uccello nella sua gabbietta.

Ho preso d'impeto il blocco di legno di pero, e con quelle poche sgorbie che avevo in casa, tirata qualche linea con un pennarellone nero, ho preso a inciderlo.
L'ho aggredito di spigolo, non su una delle facce. Ho pensato che così, portando la superficie della scultura sulla diagonale, avrei avuto più spazio a disposizione. Vi avevo ragionato su molto negli anni passati. Comunque non sarei andato molto profondo.

Qualche tempo fa avevo visto delle foto di una modella asiatica a una sfilata di biancheria a Pechino. Aveva un volto che mi ricordava i volti dei mille bodhisattva al Sanjusangendo di Kyoto, ma più moderno, e con un'espressione che a differenza della calma serafica dei bosatsu giapponesi, aveva quel broncio difficile e un po' sofisticato che hanno spesso le modelle sulla passerella. Decisi che questa sarebbe stata la mia ispirazione, e intanto mi tornava alla mente quel Siderea 001 di Omar Galliani che avevo ammirato al Settimo Splendore, dal volto così enigmatico. Mi tornavano alla mente i commenti di quelle due dottoresse giapponesi che avevo accompagnato alla mostra. Di fronte a quell'immensa opera avevano trovato che l'espressione della "Diva", certamente anch'essa ispirata da qualche pagina di rotocalco patinato, ricordasse quella di certe raffigurazioni, anch'esse immense, del Buddha, rappresentazione di quello stato in cui non si riesce a capire se egli sia cosciente o meno, riesca a sentirci oppure no.
Ecco a cosa pensavo, col mio mal di testa pulsante, mentre tracciavo la linee della profondità di gote e naso dall'alto con il bulino che mi hanno regalato mamma e papà lo scorso Natale. Incidevo la dura, liscia e lucida superficie del legno di pero. Che immenso piacere è l'avere il controllo diretto sulla materia, sapere e vedere che a ogni azione della nostra mano, direttamente, fisicamente, si produce un effetto con un mutamento reale, su un oggetto reale, consistente, che possiamo toccare, sentire con i polpastrelli delle dita, soppesare.

Il mal di testa se ne stava andando, quella stretta tra collo e tempie si andava allentando.
Sono sceso giù in garage, dove avevo il mazzuolo grosso e le altre sgorbie. Non è stato facile farsi spazio tra i pezzi di lambretta sparsi qua e là, ne ho pure assemblati un paio, già che c'ero, in quella dispersiva e schizofrenica multifunzionalità cui ti abitua l'uso del computer. Alla fine, un angolino l'ho trovato, e così, senza montare il cavalletto, mi sono messo a tirare mazzate sul blocco di legno che lentamente ha incominciato a sagomarsi, sempre sull'orlo del disastro, di quel pendere, lì lì verso l'errore irreparabile che farebbe buttare via tutto, insoddisfatti e frustrati. Perché in fondo, sebbene vi sia rapporto diretto tra la nostra mano e la materia, non sempre c'è la medesima unità tra la nostra idea e la forma che essa va prendendo.

Il legno di pero è abbastanza duro, ma non come la quercia, il sorbo o l'ornello. Si lavora bene, non si scheggia ed è molto regolare e costante nelle reazioni ai colpi della sgorbia. Ha anche un bellissimo colore, e diventa lucidissimo e caldo, anche se temo che una rifinitura eccessiva, su di un volto possa risultare stucchevole. Effettivamente un legno così sarebbe perfetto per forme minimali e geometriche. Nella mia primitiva forma di parallelepipedo, era meraviglioso nella sua semplice perfezione.

 

scultura legno di pero

"E' quando la scultura è finita che si comincia". Aveva proprio ragione Adolfo Wildt. E' quando si inizia a levigare il lavoro fatto che appaiono i difetti, anche strutturali, anche rilevanti, e bisogna rimettere mano alla sgorbia e alle lame. E' il lavoro più snervante, quello che richiede maggiore concentrazione. A volte basta un truciolo appena per rivoluzionare la luce e quindi l'effetto. La levigatura tuttavia incomincia a mettere in risalto il colore del legno del pero, meraviglioso e così simile a certe tonalità della pelle umana.

scultura legno pero

Incomincia a prendere forma. Adesso procedo con le schegge di vetro. Ho preso un nuovo taglia-vetro di fabbricazione tedesca che fa un bel filo netto. I trucioli se ne vengono via con un fruscio ruvido che è un piacere. L'affilatura della punta diamantata permette di dare forme, curvature particolari alla scheggia così che riesco a seguire le linee della scultura senza appianare i volumi, rischiando l'effetto "caramella succhiata" di cui parla Wildt. C'è solo ancora un po' troppo sorriso, vorrei un'espressione in cui non è facile capire se sorride oppure no. Anche le simmetrie vanno un po' ritoccate.

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Una scultura
 
 
 
 
 
 
 
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