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Temi: La Verona del Veronese

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La vita e le opere

Un itinerario guidato nella Verona a sinistra dell'Adige. Con una guida turisctica d'eccezione, il celebre Paolo Veronese, alla scoperta delle chiese e delle opere della Verona del sedicesimo secolo.

Paolo Caliari, detto il Veronese (Verona 1528-1588)

gobbo sant'anastasiaIl padre, Gabriele Caliari è uno scalpellino, un “spezapreda”, secondo alcuni è suo uno dei “gobbi” che sostengono le acquasantiere della chiesa di Sant’Anastasia e che la tradizione vuole rappresentino gli inumani sforzi (economici soprattutto) che la popolazione veronese dovette sopportare per la costruzione della più grande chiesa cittadina.Fu allievo di Antonio Badile, di cui sposò una delle otto figlie, Elena che sarà anche sua musa artistica, ritratta in numerose opere.

Una volta riconosciuta la sua abilità grazie alle prime opere, soprattutto la Pala Bevilacqua Lazise (al Museo di Castelvecchio), Paolo Caliari inizia a ricevere commissioni fuori da Verona. La città, dal 1405, è entrata a far parte dei territori della Repubblica Veneziana e ha definitivamente perso la sua indipendenza. Pur godendo di una situazione privilegiata tra le città dominate dalla Serenissima e di una discreta condizione economica, Verona non ha più una signoria o un centro di potere in grado di dare, con un munifico mecenatismo, delle direttive artistiche attirando a se’ i grandi nomi della pittura del tempo. Seguendo più generose committenze Paolo Caliari, ormai divenuto il Veronese, finisce a Venezia. Verona, pur giovando dell’ombrello protettivo e della conseguente prosperità che la dominazione veneziana le garantisce, ci tiene a mantenere una sua originalità, e la ricca borghesia cittadina preferisce diversificarsi, in quello che è il gusto estetico, dalla Dominante. Per questo, una volta identificato come artista di gusto propriamente “veneziano”, il Veronese non gode di grande apprezzamento in "patria".
Si stabilisce definitivamente a Venezia nel 1555 dove ottiene immediato successo con le prime importanti commissioni pubbliche ed ecclesiastiche: la decorazione del soffitto della chiesa di San Sebastiano e la libreria di San Marco, il cui successo gli procurò fama, gloria e agiatezza.
Da lì la più importante committenza, quella dei riquadri del soffitto di Palazzo Ducale dove da’ sfogo al suo estro creativo con la creazione di visionarie e imponenti architetture dipinte, paesaggi, ornamenti, tessuti, ritratti e sensuali corpi avvitati in movimenti arditi. Si racconta del suo studio come di una confusa scena teatrale dove si mescolano tessuti preziosi e sfarzosi, armature, modelle, animali, con un continuo via vai di persone e personaggi. Atmosfere che si ritrovano nei suoi dipinti così rutilanti e densi di oggetti e astanti.
Paolo Veronese è uno degli artisti italiani più amati all’estero, al Louvre, a una delle sue Cene: Le nozze di Cana, viene dedicata un’intera, immensa sala, proprio vicino alla Gioconda.
E fu proprio una di queste cene a procurargli i ben noti guai con l’Inquisizione. Il quadro in questione era inizialmente l’Ultima cena, dipinta per il refettorio del convento dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia. Il quadro fu consegnato il 20 aprile del 1573, ma il luglio di quello stesso anno il Veronese venne chiamato di fronte all’Inquisizione per giustificare un’interpretazione troppo libera e irrispettosa della vicenda evangelica, e addiritura il sospetto che vi fosse in qualche modo espressa, con un complesso simbolismo (i soldati armati alla tedesca, il buffone con il pappagallo simbolo della lussuria, il servo colto da epistassi, il fatto che sia Pietro e non Cristo a spezzare l’agnello), un’adesione, del committente e forse dell’autore, alle idee luterane che la controriforma stava cercando di estirpare (il concilio di Trento si era concluso nel 1563). Celebre è rimasta l’autodifesa del pittore di fronte al tribunale ecclesiastico:
“Chi credete voi veramente che si trovasse in quella cena?”
“Credo che si trovassero Cristo con li suoi Apostoli, ma se nel quadro li avanza spacio, io l'adorno di figure, secondo le invenzioni.”
“Li par conveniente che alla cena ultima del Signor si convenga dipingere buffoni, todeschi, nani et simili scurrilità?”
“Io fazzo le pitture con quella considerazione che è conveniente, che il mio intelletto può capire [...] Nui pittori si pigliamo licentia, che si pigliano i poeti e i matti. Se nel quadro li avanza spacio il l’adorno di figure come mi vien commesso et secondo le invenzioni”. Nonostante tutto al Veronese fu intimato di modificare a sue spese la tela (la realizzazione di opere così estese, per pigmenti utilizzati e ore di lavoro del maestro e degli aiutanti, era costosissima), in modo di renderla consona al tema.  Veronese si limitò a cambiarle nome, non più L’ultima cena, ma Cena a casa di Levi.
Verrebbe da sorridere all’ironia del pittore, ma basta pensare a Giordano Bruno bruciato vivo nel 1600 per ricordarsi che l’inquisizione all’epoca non era cosa con cui scherzare così a cuor leggero.
Il Veronese poteva permettersi certe licenze grazie alla relativa liberalità che si godeva nei territori della Serenissima. A Padova vi era in quegli anni un laboratorio anatomico, impensabile per l’integralismo controriformista, e sempre nella città del Santo aveva potuto insegnare con grande libertà lo stesso Galileo, che avrebbe avuto invece i ben noti problemi una volta allontanatosi dai territori della Serenissima.

Paolo Caliari a Verona

A Verona sono poche le opere di Paolo Caliari. Oltre alla sopraccitata Pala Bevilacqua, a Castelvecchio vi sono una Deposizione di Cristo e un altro piccolo paesaggio urbano.

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A San Giorgio in Braida, la grande pala d’altare raffigurante il Martirio di San Giorgio. E’  un’opera insolita sia per il Veronese, sia come raffigurazione del santo che nel medioevo era molto popolare tra la nobiltà cavalleresca e rappresentato nella lotta contro li drago. Nel capolavoro del Veronese viene invece dato più spazio all’umanità del santo Giorgio, nudo e nel momento del martirio, l'ampio petto inondato dalla luce divina e lo sguardo estatico rivolto al cielo. Non è più il guerresco cavaliere corazzato, le sue armi giacciono a terra, il corpo è vulnerabile e pronto al martirio. L'opera in qualche modo fa un parallelo con un altro celebre capolavoro cittadino’: Il San Giorgio e la Pincipessa del Pisanello a Santa Anastasia, in cui San Giorgio è dipinto nel momento, carico di pathos, in cui sta per salire sul suo cavallo e allontanarsi dalla principessa di Trebisonda per andare a combattere il drago.
Vi è poi la Pala Marogna, una Madonna in trono con bambino, nella chiesa di San Paolo, in quel quartiere che aveva dato i natali a Paolo Caliari.
A Paolo Veronese è dedicata una scultura sull’angolo dei giardinetti della Giarina, nei pressi del Teatro Romano.

 

Per maggiori informazioni sugli itinerari guidati sulla sponda sinistra dell'Adige, e ai luoghi del Veronese:

info@veronissima.com

 

 
 
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