Castelvecchio: Il Restauro di Scarpa
Itinerari guidati nell'antico maniero scaligero.
Con una guida turistica alla scoperta del famoso restauro e allestimento museale realizzato da Carlo Scarpa.
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L'esterno della nicchia che ospita il tesoretto longobardo, citazione dell'arte di Mondrian di cui Scarpa era ammiratore e omaggio alle pietre della tradizione architettonica veronese: il marmo della Valpolicella in tutte le sfumature. |
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L'esterno
Quando Carlo Scarpa iniziò i lavori di restauro di quello che sarebbe diventato il Museo Civico di Verona, su Castelvecchio pesavano più di seicento anni di storia drammatica e cruenta. Da sempre edificio militare, era stato cannoneggiato, modificato, alterato a seconda delle esigenze del dominatore di turno. In particolare il periodo napoleonico a cavallo tra sette e ottocento, ne aveva pesantemente modificato l'aspetto, soprattutto nel grande cortile, alterato secondo lo stile neoclassico allora imperante.
Negli anni '30 del novecento, l'allora direttore dei Civici Musei di Verona, Antonio Avena, nell'intento di ridare alla città il suo antico aspetto medioevale, aveva eseguito restauri che, alla luce della moderna filologia conservativa, appaiono quantomeno discutibili La facciata principale era stata rifatta utilizzando cornici ed elementi architettonici di case gotico-veneziane, andate distrutte nelle alluvioni della seconda metà dell'800.
"Castelvecchio era tutto falso" disse Carlo Scarpa in una conferenza in cui parlava del suo restauro.
C'era poco da riportare alle antiche forme, e provarci avrebbe significato dover inventare, cadendo nuovamente nella trappola in cui era caduto l'Avena. Carlo Scarpa decise allora di dichiarare apertamente la falsità di Castelvecchio, facendone una scenografia teatrale.
La facciata principale del museo di Castelvecchio che da' sul cortile interno, venne quindi lasciata in cemento grezzo, con i telai di porte e finestre arretrati rispetto al muro e alle cornici e decorazioni gotiche, creando così l'effetto di un pannello finto posto sulla scena di un teatro. E proprio un palco sembra la piccola piattaforma che si stacca dalle porte centrali dalle quali però non si accede. Scarpa sposta infatti l'ingresso tutto di lato, quasi un'entrata dietro le quinte. All'altra estremità la facciata viene staccata dal muro accentuando ancora di più l'impressione di essere un paravento posto di fronte al museo.
Il pianterreno
Entrati nel museo di Castelvecchio ci si imbatte subito nella novità dell'allestimento di Carlo Scarpa che, forte della sua esperienza artigianale nelle vetrerie di Murano, disegnava tutti i supporti delle opere esposte. Le sculture poggiano su delle piattaforme sollevate dal terreno da un supporto centrale che fa sembrare che levitino sul pavimento. Le opere, provenienti da edifici religiosi distrutti, quindi fuori dal proprio contesto storico e architettonico, sono così collocate in una dimensione assoluta, fuori dallo spazio e dal tempo. Come dei fantasmi che nel "limbo" del museo, scivolano sul terreno senza camminare. Unica reminiscenza della loro antica collocazione, la luce che filtra lateralmente dalle finestre come in un'antica chiesa gotica e che nelle intenzioni di restauro Carlo Scarpa avrebbe dovuto rimanere naturale, variando al variare del giorno. Purtroppo nelle sale del pianterreno continuano ad essere accese le brutte lampadine montate su trespoli mobili dell'illuminazione artificiale. Nella facciata si apre protendendosi verso l'esterno, la nicchia che ospita un piccolo tesoro longobardo trovato sotterrato alcuni decenni orsono nella provincia di Verona. La luce che filtra dall'alto, vuol quasi riprodurre la mistica atmosfera di una cella o dell'anfratto in cui questi preziosi rimasero per secoli nascosti e protetti dagli sconvolgimenti dei secoli successivi al crollo dell'Impero Romano.
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La finestra sul pavimento che permette la visione degli strati più antichi della fondazione di Castelvecchio. La barriera è chiaramente ispirata da un irori, il camino centrale, a filo del pavimento tipico dell'architettura tradizionale giapponese, come anche ad elementi giapponesi si rifanno i pannelli scorrevoli in ferro intrecciato come listerelle di bambù. |
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La serie di sale successive, unite da un elemento orizzontale sul soffitto, si chiude con una griglia di metallo intrecciato, stilizzazione di difese medievali, e omaggio all'architettura tradizionale giapponese di cui Scarpa era un grande estimatore (morirà in un incidente a Sendai proprio in uno dei suoi viaggi nel Sol Levante). Così come sicuramente ispirato alla tradizione giapponese è la finestra sul terreno che permette di vedere i piani costruttivi più antichi del castello.
La Pinacoteca
Alla pinacoteca si accede attraverso il mastio, passando per un piccolo cortile interno. Nella grande sala che ospita le croci stazionali dell'arte goticai, le statue che decoravano la cancellata delle Arche Scaligere, assieme ai primi, timidi tentativi da parte dei pittori veronesi di seguire il nuovo stile pittorico del Rinascimento, troviamo alcune interessanti soluzioni di Scarpa per la decontestualizzazione e l'assolutizzazione dell'opera. Il pavimento è in pietra grigio pallido, con una particolare finitura opaca che ha la caratteristica di ridurre a semplici aloni diafani le ombre, così come la parete in cemento ruvido, riduce al minimo i riflessi. Le opere, avvolte da una luce discreta e soffusa, sembrano galleggiare in uno luogo fuori dalla realtà in cui lo spettatore stesso rimane come sospeso.
La sala delle armi
Carlo Scarpa allestisce anche una stanza per esporre la piccola ma interessante collezione di armature del museo di Castelvecchio, con soluzioni che rivedremo nell'altra grande opera di Scarpa, il restauro del Castello di Brescia.
Collezioni dal '500 al '700
La brusca scomparsa di Carlo Scarpa, (forse) vittima di un incidente durante un viaggio in Giappone, a Sendai nel 1973, lasciò incompiuto il progetto per il museo di Castelvecchio che venne ripreso e completato dal collaboratore di Scarpa, Arrigo Rudi. In particolare, Rudi si occupò del completamento dell'ultima sezione del museo, quella dedicata alle collezioni di pittura veronese dal cinquecento al settecento. Secondo alcuni tuttavia, le realizzazioni di Rudi si discostarono molto da quelle che erano le idee di Scarpa per il secondo piano dell'ala napoleonica. E al di là della dietrologia, appare evidentissimo il contrasto tra il buio e la cupezza di questa sezione e l'ariosità e luminosità delle altre, quasi si trattasse di due musei completamente diversi.
La statua di Cangrande
Una menzione a parte merita la collocazione della statua equestre di Cangrande della Scala, proveniente dalla famosa arca dove è sostituita da una replica. Cangrande, pur estraneo a Castelvecchio, che venne costruito dai suoi successori, ancora oggi rappresenta una figura importantissima per i veronesi, presente su etichette di vino, bandiere di squadre di calcio, targhe di club e associazioni. Un forte simbolo di tradizioni storiche e legami culturali. Carlo scarpa decise quindi di non chiuderlo all'interno di una sala del museo, ma di lasciarlo all'esterno (sebbene coperto da una tettoia), visibile alla popolazione come era stato per secoli dall'alto del suo mausoleo. Cangrande diviene nel restauto di Carlo Scarpa la "cerniera" di raccordo tra le varie parti del castello, essendo visibile dal cortile, dal muro che separa la zona residenziale dall'area militare, dai camminamenti di ronda.
Questi sono solo alcuni spunti per una visita guidata alla scoperta del geniale lavoro di Carlo Scarpa al Museo di Castelvecchio. Per maggiori informazioni su visite guidate a Castelvecchio, al suo museo, ai camminamenti di ronda, da accoppiare magari ai tradizionali giri città scrivete a:
info@veronissima.com
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