Cangrande della Scala

Cangrande della Scala è il personaggio più famoso e importante della storia di Verona. Sotto la sua signoria la città divenne uno dei centri più potenti e influenti del nord Italia, capitale di un vasto territorio. Il suo mecenatismo portò a Verona artisti come Giotto e Dante. La sua scomparsa prematura è avvolta nel mistero.

statua equestre di Cangrande della Scala sulle Arche Scaligere

La statua equestre di Cangrande della Scala, dalla cima della sua arca funebre, ancor oggi guarda e protegge Verona con la sua spada sguainata al servizio della città.

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Il vero nome di Cangrande era Can Francesco, terzogenito di Alberto della Scala. Quando il fratello maggiore Bartolomeo morì nel 1304 Cangrande affiancò il secondogenito Alboino alla guida della città. I due fratelli fin da subito avevano affiancato Bartolomeo nella gestione politica, amministrativa e militare di Verona e del suo territorio. Il passaggio di potere avvenne quindi senza intoppi.
Alboino e Cangrande consolidarono ulteriormente i possedimenti territoriali attorno a Verona, ponendo basi importanti sulla costa orientale del lago di Garda e mantenendo il controllo su Este, Vicenza, Parma e Brescia. Cangrande dimostrò da subito una precocissima attitudine al comando e alla politica, in buona parte ereditata dal padre. Quattordicenne era già in grado di condurre abilmente le truppe veronesi in battaglia e appena maggiorenne fu nominato dal fratello Capitano del Popolo, comandante in capo dell'esercito scaligero.
In Germania intanto maturavano grandi avvenimenti. Nel 1310 Arrigo VII di Lussemburgo venne eletto re dei Romani dalla dieta tedesca, e i ghibellini italiani risollevarono la testa, tanto più che era caduta la pretesa papale di reggere la penisola nell'interregno. Arrigo VII giunse a Milano per ricevere la corona di re. Attorno al sovrano erano convenuti i maggiori esponenti della parte imperiale e papale compresi Alboino e Cangrande che, dietro l'esborso di 3.435 fiorini d'oro, una vera fortuna, vennero nominati vicari imperiali, e l'aquila con le sue ali dispiegate veniva aggiunta alla scala dello stemma scaligero. Verona, con gli Scaligeri, continuava ad essere un importante punto di riferimento dei ghibellini nella Marca. Alboino tuttavia venne a mancare nel 1311 lasciando il giovane Can Francesco solo al governo di Verona. Si apriva così una delle stagioni più fulgide e prospere nella storia della città. Grazie alle capacità politiche e militari di Can Francesco che ben presto venne soprannominato Cangrande, Verona divenne fulcro come mai prima d'allora degli equilibri di potere nel nord Italia, centro artistico e culturale grazie alla ricca corte che si sviluppò attorno al signore scaligero, tanto che ancor oggi, a distanza di settecento anni dalla sua scomparsa, la città sembra ricordarlo con nostalgia.

La politica e le battaglie

All'inizio Cangrande fu impegnato, militarmente e diplomaticamente, nel consolidamento di quanto acquisito fino a quel momento da Verona. La Marca, ossia il Veneto, restava in un fragilissimo equilibrio. Famiglie e gruppi di potere erano sempre pronti a imbracciare la bandiera papale o imperiale e a darsi battaglia per interessi privati mascherati da bene pubblico. Il nemico principale era Padova, unica città che, per peso politico militare, si frapponeva tra Cangrande e l'unificazione ghibellina della Marca. Ottenuto il vicariato, Cangrande già nel 1311, assieme alle truppe imperiali è a Vicenza, dove appena ventenne, espugna e riprende il controllo della città. Le fulminee cavalcate di Cangrande dall'uno all'altro fronte, portarono alla fine alla resa di Padova, che dovette accettare la nomina di Giacomo da Carrara, alla guida della città come imposto dallo scaligero.
La morte improvvisa di Arrigo VII a Bonconvento presso Pisa nel 1313 parve infrangere i sogni di pacificazione dell'Italia e le aspirazioni degli imperiali. Nel 1318 una nuova speranza nacque nell'ambiente ghibellino quando si strinse una lega fra Verona, Milano e Mantova. Il 13 dicembre 1318, a Soncino, proprio là dove era finita la vicenda terrena e politica di Ezzelino da Romano, Cangrande venne acclamato capitano delle forze coalizzate prendendo, non solo simbolicamente, il testimone dei da Romano alla guida ghibellina del nord est.

Le Mura

statua equestre di Cangrande della Scala sulle Arche Scaligere

Tra le opere più importanti che Cangrande ha lasciato a Verona vi sono le mura difensive. Egli spostò la linea difensiva della città a sud, includendo monasteri e quartieri che erano sorti nell'arco di due secoli.
A nord realizzò un imponente muro rinforzato da torri che correva lungo i crinali delle colline. In molti tratti la difesa era aumentata da un profondo vallo scavato nella roccia.
La visione strategica della difesa cittadina fu così lungimirante che resistette, con semplici adattamenti all'evoluzione tecnologica, per più di 500 anni, fino all'annessione del Veneto al Regno d'Italia nel 1866.
I castelli scaligeri disseminati sul territorio attorno a Verona possono addirittura essere visti come un'anticipazione del sistema difensivo a "campo trincerato" sviluppato dagli strateghi asburgici nel XIX secolo.
Nella visione di Cangrande Verona avrebbe avuto il ruolo capitale di una grande potenza regionale nello scacchiere nord-italiano e necessitava quindi di un adeguato sistema difensivo.

Per saperne di più

statua di Dante
Le Mura di Verona

Duemila anni di fortificazioni.

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Il Nome

Molto si è dibattuto sullo strano nome di Cangrande. La leggenda dice che la sera prima del parto, la madre, Verde da Salizzole, sognò un cane che coi suoi latrati riempiva la Terra. La cosa venne interpretata dagli astrologi di corte come un segno di buon auspicio per il futuro del nascituro e si aggiunse così la parola cane al nome Francesco: Can Francesco.
Un'interpretazione magari meno poetica ma forse più attendibile, vuole che il nome Can, sia l'italianizzazione di "Khan", termine che presso le popolazioni orientali stava a indicare il capotribù. Nel '200 erano frequenti i viaggi di mercanti, veneziani in particolare, nelle terre dominate dai tartari. Alcuni decenni prima della nascita di Cangrande avevano esteso il loro potere a quasi tutta l'asia, arrivando alle porte dell'Europa. Li aveva guidati il famigerato Gengis Khan, e i racconti delle conquiste mongole avevano certamente impressionato la fantasia dei cavalieri europei.
Marco Polo fu a lungo ospite di un altro Khan: Kublai. Ne "Il Milione" il mercante veneziano narrò lo sfarzo e le ricchezze del mitico Katai. Il Milione era certamente una lettura diffusa e apprezzata nelle corti del trecento. Alberto della Scala aveva un debole per i grandi conquistatori del passato. Per il secondogenito aveva usato il nome di un altro grande conquistatore del passato: Alboino re dei Longobardi, per altro molto legato alla storia di Verona.
Appare quindi più che plausibile che anche con l'ultimo dei suoi figli Alberto decidesse di usare un nome di grande impatto evocativo per un cavaliere medievale. Il resto lo fecero le doti politiche, il coraggio e l'abilità in battaglia, oltre che una statura che per l'epoca era davvero straordinaria, quasi 1 metro e 80cm, come appurato dai rilevamenti effettuati sul corpo mummificato del signore. Can Francesco divenne quindi Cangrande.

Cangrande Mecenate

Verona con i primi scaligeri era diventata una città di grande importanza politica. Con Cangrande divenne anche un centro culturale, grazie alla sfarzosa corte che si sviluppò attorno al signore scaligero. Verona per molti versi anticipò, purtroppo senza concludere il percorso, il fasto delle signorie rinascimentali che si svilupparono di lì a poco: Firenze, Mantova, Milano. Le cronache raccontano di grandi feste cui partecipavano dame, poeti, astrologi e filosofi, allietati da musici e cantastorie e di un Cangrande sempre ospitale e allegro.

Dante

Bassorilievo in Bronzo che raffigura Dante e Cangrande

Bassorilievo in bronzo presso la chiesa di Sant'Elena. Raffigura l'abbraccio tra Dante e Cangrande della Scala.

Dante era stato brevemente a Verona durante la signoria di Bartolomeo, all'inizio del suo esilio. Aveva visto Cangrande poco più che bambino e il loro incontro fu spunto per tesserne lodi di grande ammirazione nella Divina Commedia:

Con lui vedrai colui 28 che ’mpresso fue,
nascendo, sì da questa stella forte,
che notabili fier l’opere sue.

Non se ne son le genti ancora accorte
per la novella età, ché pur nove anni
son queste rote intorno di lui torte;
...
Le sue magnificenze conosciute
saranno ancora, sì che ’ suoi nemici
non ne potran tener le lingue mute.

A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;
per lui fia trasmutata molta gente,
cambiando condizion ricchi e mendici

Paradiso - Canto XVII

Dante tornò a Verona attorno al 1312. La permanenza del sommo poeta questa volta fu assai più lunga e si protrasse almeno fino al 1318. Molto si è discusso sui rapporti intercorsi tra Dante e Cangrande, e sicuramente dovette svilupparsi, se non proprio un'amicizia, sicuramente un grande rispetto reciproco. Cangrande, nonostante il mestiere d'arme cui si era dedicato con passione fin da giovanissimo, amava la cultura e l'arte. Dante gli dedicò l'ultima cantica della Commedia, il Paradiso. Forse vedeva in Cangrande quel signore ideale che avrebbe forse potuto pacificare l'ormai indomita e selvaggia Italia. Il figlio di Dante, Pietro, poté studiare legge a Bologna grazie al sostegno economico di Cangrande.

Per saperne di più

statua di Dante
Dante a Verona

Dante a Verona e Verona nella Divina Commedia.

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Giotto

Anche Giotto che agli inizi del '300 era in Veneto per lavorare a Padova alla Cappella degli Scrovegni e presso il Santo, fu a Verona presso la corte di Cangrande. Stando a quanto raccontato dal Vasari, dipinse presso i palazzi Scaligeri alcuni affreschi e un ritratto dello stesso Cangrande.
Purtroppo nulla rimane dell'opera giottesca a Verona, irrimediabilmente perduta nei numerosi rimaneggiamenti e rifacimenti che il Palazzi Scaligeri hanno subito nel corso dei secoli.

La morte: il mistero svelato

Nel 1329 Cangrande conquista Treviso. Sembra ormai compiuta l'unificazione della Marca Trevigiana sotto il potere scaligero. Appena entrato trionfalmente nella città da poco conquistata ha un malore e dopo qualche giorno muore. La tradizione attribuiva il malore a una congestione per aver bevuto fredda acqua di fonte in un'afosa giornata estiva, accaldato per la cavalcata con addosso armatura e protezioni varie.

L'apertura del sarcofago

Nel 2004, al culmine di un progetto di studio e ricerca sugli scaligeri e sulle arche, si decise si aprire il sarcofago di Cangrande della Scala.

la spada di Cangrande conservata in una teca a Castelvecchio

Non era la prima volta che ciò avveniva. Già nel 1921 era stato sollevato il coperchio. All'epoca erano stati asportati alcuni tessuti in cui la salma di Cangrande era stata avvolta, e la spada del signore scaligero, ora conservata a Castelvecchio.
Nell'aprire la tomba si era constatato che il corpo di Cangrande aveva subito un naturale processo di mummificazione.

L'autopsia

La mummia di Cangrande della Scala

Nel 2004 si quindi decise di asportare la mummia e compiere una serie di analisi con le più moderne tecnologie mediche. Da questo studio sono emerse moltissime informazioni preziose. Il corpo del signore scaligero è stato sottoposto a una vera e propria autopsia. I risultati sembravano aver risolto il mistero che da settecento anni avvolgeva l'improvvisa morte di Cangrande.

La digitale purpurea

fiori di digitale purpurea

L'analisi dei campioni estratti dall'intestino di Cangrande aveva evidenziato abbondante presenza di digitalis purpurea. Si tratta di una pianta velenosa che produce bellissimi fiori a campanula. Il quantitativo di digitale trovato nel corpo di Cangrande sembrava non lasciare dubbi sull'intento omicida.
L'analisi alla tac aveva inoltre messo in luce una cirrosi in stato avanzato, probabilmente di origine virale, e numerose fratture ricomposte, segno che Cangrande combatteva le sue battaglie in prima persona.

Tra i principali sospettati per l'avvelenamento di Cangrande vi era il cugino Mastino II. C'era anche il movente. Cangrande non aveva figli maschi legittimi e il primo in linea di successione era proprio Mastino che infatti divenne il nuovo signore di Verona.

Un colpo di scena

Poi nel 2021 sono giunti i risultati dell'analisi genetica compiuta su campioni prelevati dalla mummia di Cangrande e si è riscritta la storia della sua morte.
Si è scoperto così che il signore scaligero soffriva di una rara malattia genetica, la glicogenosi di tipo II che causa indebolimento dell'apparato muscolare, con gravi conseguenze a carico della funzionalità respiratoria e cardiaca.
A Treviso Cangrande ebbe dunque una crisi dovuta alla malattia. Affaticamenti improvvisi, malori, rileggendo alla luce di questa scoperta alcuni episodi della sua vita raccontati dalle cronache dell'epoca si può intuire che non era la prima volta che gli capitava.
La digitale fu probabilmente un estremo tentativo del suo medico per cercare di salvarlo. Ancora oggi il principio attivo della pianta è usato come cardiotonico. Gli erbari medievali non ne parlavano e la misurazione deve essere estremamente accurata per evitare l'effetto letale del veleno. Evidentemente però le nozioni di erboristeria e medicina dell'epoca erano più avanzate di quel che sappiamo.

Con la morte di Cangrande iniziò il cambiamento di ruolo della signoria scaligera e il progressivo indebolimento del peso politico di Verona sullo scacchiere geopolitico italiano.

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