Cangrande

cangrande della scala

La statua equestre di Cangrande della Scala, dalla cima della sua arca funebre, ancor oggi guarda e protegge Verona con la sua spada sguainata al servizio della città.

 

Con la morte di Bartolomeo della Scala il potere a Verona passò senza alcun intoppo direttamente agli altri figli di Alberto, Alboino e Can Francesco, chiamato da tutti Cangrande, all'inizio per la sua statura, in seguito per le sue capacità militari e politiche. I due fratelli fin da subito avevano affiancato Bartolomeo nella gestione politica, amministrativa e militare di Verona e del suo territorio.
Alboino e Cangrande consolidarono ulteriormente i possedimenti territoriali attorno a Verona, ponendo basi importanti sulla costa orientale del lago di Garda e mantenendo il controllo su Este, Vicenza, Parma e Brescia.
Cangrande dimostrò da subito una precocissima attitudine al comando e alla politica, in buona parte ereditata dal padre. Quattordicenne era già in grado di condurre abilmente le truppe veronesi in battaglia e appena maggiorenne fu nominato dal fratello Capitano del Popolo, comandante in capo dell'esercito scaligero.
In Germania intanto maturavano grandi avvenimenti. Nel 1310 Arrigo VII di Lussemburgo venne eletto re dei Romani dalla dieta tedesca, e i ghibellini italiani risollevarono la testa, tanto più che era caduta la pretesa papale di reggere la penisola nell'interregno. Arrigo VII giunse a Milano per ricevere la corona di re. Attorno al sovrano erano convenuti i maggiori esponenti della parte imperiale e papale compresi Alboino e Cangrande che, dietro l'esborso di 3.435 fiorini d'oro, una vera fortuna, vennero nominati vicari imperiali, e l'aquila con le sue ali dispiegate veniva aggiunta alla scala dello stemma scaligero. Verona, con gli Scaligeri, continuava ad essere un importante punto di riferimento dei ghibellini nella Marca.
Alboino tuttavia venne a mancare nel 1311 lasciando il giovane Can Francesco solo al governo di Verona. Si apriva così una delle stagioni più fulgide e prospere nella storia della città. Grazie alle capacità politiche e militari di Can Francesco che ben presto venne soprannominato Cangrande, Verona divenne fulcro come mai prima d'allora degli equilibri di potere nel nord Italia, centro artistico e culturale grazie alla ricca corte che si sviluppò attorno al signore scaligero, tanto che ancor oggi, a distanza di settecento anni dalla sua scomparsa, la città sembra ricordarlo con nostalgia.

 

La politica e le battaglie

 

All'inizio Cangrande fu impegnato, soprattutto militarmente, nel consolidamento di quanto acquisito fino a quel momento da Verona. La Marca restava in un fragilissimo equilibrio tra forze contrapposte sempre pronte a imbracciare la bandiera papale o imperiale e a darsi battaglia per interessi spesso privati mascherati da bene pubblico.
Il nemico principale era Padova, unica città che, per peso politico militare, si frapponeva tra Cangrande e l'unificazione ghibellina della Marca.
Ottenuto il vicariato, Cangrande già nel 1311, assieme alle truppe imperiali è a Vicenza, dove appena ventenne, espugna e riprende il controllo della città.
Le fulminee cavalcate di Cangrande dall'uno all'altro fronte, portarono alla fine alla resa di Padova, che dovette accettare la nomina alla guida della città di Giacomo da Carrara secondo il dettato dello scaligero.

 

La morte improvvisa di Arrico VII a Bonconvento presso Pisa nel 1313 parve infrangere i sogni di pacificazione dell'Italia e i sogni degli degli imperiali, ma nel 1318 una nuova speranza nacque nell'ambiente ghibellino quando si strinse una lega fra Verona, Milano e Mantova. Il 13 dicembre 1318, a Soncino, proprio là dove era finita la vicenda terrena e politica di Ezzelino da Romano, Cangrande venne acclamato capitano delle forze coalizzate prendendo non solo simbolicamente il testimone dei da Romano alla guida ghibellina del nord est.

 

Il nome

 

Molto si è dibattuto sullo strano nome. La leggenda vuole che prima di darlo alla luce nel 1291, la madre, Verde da Salizzole, sognò un cane che coi suoi latrati riempiva la Terra. La cosa venne interpretata dagli astrologi di corte come un segno di buon auspicio per il futuro del nascituro e si aggiunse così la parola cane al nome Francesco: Can Francesco.
Un'interpretazione magari meno poetica ma forse più attendibile, vuole che il nome Can, sia invece un'italianizzazione di "Khan", termine che presso le popolazioni orientali stava a indicare il capo, il leader. Nel '200 erano frequenti i viaggi di mercanti, veneziani in particolare, nelle terre dominate dai tartari di Gengis Khan che non molti decenni prima della nascita di Cangrande era giunto coi suoi tremendi eserciti alle porte dell'Europa. Marco Popolo fu ospite di un altro Khan, Kublai, del cui regno, il Katai, narrò lo sfarzo e le ricchezze nel suo Il Milione, lettura diffusa e apprezzata nelle corti del trecento.
Alberto della Scala già con il secondogenito aveva voluto usare il nome di un grande guerriero del passato, per altro assai legato alla storia di Verona: Alboino. Appare quindi più che plausibile che anche con l'ultimo dei suoi figli Alberto decidesse di usare un nome di grande impatto evocativo per un cavaliere medievale.
Le doti politiche e il coraggio e abilità in battaglia, nonché una statura che per l'epoca era davvero straordinaria, più di un metro e ottanta centimetri come appurato dai rilevamenti effettuati sul corpo mummificato del signore, fecero il resto. Can Francesco divenne ben presto Cangrande.

 

Cangrande mecenate

 

Con Cangrande, Verona, già centro politico di grande importanza, divenne progressivamente notevole centro culturale grazie alla sfarzosa corte che si sviluppò attorno al signore scaligero, e che anticipò, purtroppo senza svilupparsi appieno, il fasto delle signorie che si svilupparono di lì a poco nella penisola: Firenze, Mantova, Milano.
Dopo la breve visita sotto la signoria di Bartolomeo, quando Cangrande era poco più che un bambino, Dante fu di nuovo a Verona attorno al 1312, questa volta come esule. La permanenza del sommo poeta questa volta fu assai più lunga e si protrasse almeno fino al 1318. Molto si è discusso sui rapporti intercorsi tra Dante e Cangrande, e sicuramente dovette svilupparsi, se non proprio un'amicizia, sicuramente un grande rispetto reciproco. Cangrande, nonostante il mestiere d'arme cui si era dedicato con passione fin da bambino, era persona acculturata e amante dell'arte e seppe sicuramente apprezzare gli scritti di Dante che dedicò al signore veronese l'ultima cantica della Commedia, il Paradiso. Dante vedeva forse in Cangrande quel signore ideale che avrebbe forse potuto pacificare l'ormai indomita e selvaggia Italia.
Anche Giotto che proprio in quegli anni lavorava a Padova alla Cappella degli Scrovegni e presso il Santo, fu a Verona e, stando a quanto racconta il Vasari, dipinse proprio per i Palazzi Scaligeri alcuni affreschi e un ritratto dello stesso Cangrande. Purtroppo nulla rimane dell'opera giottesca a Verona, irrimediabilmente perduta nei numerosi rimaneggiamenti e rifacimenti che il Palazzi Scaligeri hanno subito nel corso dei secoli.

 

La morte: il mistero svelato

 

Nel 2004, al culmine di un progetto di studio e ricerca sugli scaligeri e sulle arche, si decise si aprire il sarcofago di Cangrande della Scala. Non era in realtà la prima volta. Già nel 1921 era stato sollevato il coperchio. All'epoca erano stati asportati alcuni tessuti in cui la salma di Cangrande era avvolta, e la spada del signore scaligero, ora conservata a Castelvecchio. Il corpo di Cangrande, mummificato, era stato lasciato nel sarcofago. Nel 2004 invece esso fu asportato e sottoposto a tutta una serie di analisi condotte con le più moderne tecnologie mediche, e che hanno fornito una grande quantità di informazioni, risolvendo una parte del mistero in cui la morte di Cangrande era avvolta, ma aprendo tutta un'altra serie di interrogatici di più difficile soluzione a distanza di 700 anni dagli eventi.
L'"autopsia" ha infatti evidenziato che la morte di Cangrande fu causata da avvelenamento da digitale, una pianta il cui principio attivo è tuttora utilizzato in molti stimolanti cardiaci, ma che assunta in grandi quantitativi risulta letale. Il quantitativo di digitale trovato nei tessuti organici di Cangrande è stato tale da non offrire dubbi sulla causa della sua morte. Resta tuttavia aperto l'interrogativo se vi sia o meno stata volontà omicida. L'analisi alla tac ha infatti messo in luce che lo scaligero avesse una cirrosi, probabilmente virale, in stato avanzato, ed è possibile che l'eccesso di digitale sia stato un maldestro tentativo di cura in un momento di crisi. Sappiamo infatti che Cangrande, prima di cadere malato e morire, ebbe un malore in una calda giornata durante l'assedio di Padova.
E' anche vero che Cangrande, con il suo crescente potere, doveva essersi procurato molti nemici, dentro e fuori Verona e che la sua morte aprì la strada al cambiamento di ruolo della signoria scaligera ad opera dei suoi successori e al progressivo indebolimento del peso politico di Verona sullo scacchiere geopolitico italiano.

 

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