Il Tramonto della Signoria

mastino II della scala

Castelvecchio a Verona. Il maniero, voluto da Cangrande II nel 1954 segna la frattura tra signoria della Scala e città e con il declino della casata scaligera sarà sempre più luogo di disperato arrocco segnando spesso le concitate fase dei numerosi cambi di potere.

 

Con l'assassinio del fratello Paolo Alboino, Cansignorio aveva garantito la successione ai figli naturali, poi legittimati, Bartolomeo e Antonio.
Vi erano tuttavia degli altri pretendenti alla successione: i figli di Cangrande II, prima vittima degli spietati fratricidi di Cansignorio. A complicare ulteriormente le cose vi era poi Beatrice, sorella di Cansignorio andata in sposa all'ambizioso Bernabò Visconti signore di Milano che ormai manifestava apertamente interesse a oriente dei suoi possedimenti, verso Verona e i suoi territori. Beatrice reclamava inoltre la sua parte dell'eredità del padre Mastino II.
Nel 1375 tra Venezia e Genova scoppiò la guerra. Alleati della Serenissima furono in questo caso i Visconti, che avevano mire su Genova e che in cambio del loro aiuto avanzarono pretese su Verona. Verona, ormai vaso di coccio tra vasi di ferro, cercò l'alleanza dell'anitica rivale Padova, e a loro si unì il re d'Ungheria. Nell'aprile del 1379 i Visconti giunsero a Santa Lucia, alle porte di Verona. La città e il suo formidabile sistema difensivo si rivelarono ancora una volta inespugnabili e il Visconti dovette rientrare a Milano. Alla testa di 1400 cavalieri, partecipò alla campagna militare la stessa Regina della Scala che alla fine ottenne che le venisse liquidato il denaro dell'eredità in cambio alla rinuncia ai diritti di successione. Ma la minaccia Viscontea, lungi dall'esser stata neutralizzata era solo temporaneamente allontanata.

 

Nella generale decadenza del potere, gli intrighi di palazzo precipitarono verso una drammaticità che nemmeno il genio di Shakespeare avrebbe potuto immaginare.
I due giovani figli di Cansignorio erano profondamente diversi. Bartolomeo, il maggiore, non brillava per intelligenza, ma era ben visto dai veronesi che ne apprezzavano l'indole mite e la modestia. Alberto, al contrario, era intelligente, ambizioso e senza scrupoli come il padre e molti altri suoi predecessori. E come il padre anche Alberto si macchiò dell'assassinio del fratello, forse ispirato dalla matrigna, vedova di Cansignorio, Agnese di Durazzo.
Bartolomeo, consapevole dei nefasti piani del fratello, stava pianificando la fuga presso Carlo III di Napoli ma non ne ebbe il tempo. Ad ucciderlo il 13 luglio del 1381 con 26 coltellate fu il freddo e spietato sicario degli scaligeri, Cortesia da Serego, che in cambio ottenne il comando delle truppe cittadine.
I cadaveri di Bartolomeo e dell'amico Galvano da Poiana furono trasportati davanti all'abitazione dei Nogarola. Il piano era quello di addossare la colpa del misfatto alla nobile famiglia veronese, antichi sostenitori dei della Scala, una cui membra era fidanzata di Alberto, oppure a Spinetta Malaspina, innamorato della medesima fanciulla e che sarebbe stato accusato con il movente della gelosia.
La ragazza, alcuni suoi parenti e lo stesso Malaspina furono arrestati e torturati per far loro confessare il delitto. La ragazza morì per il supplizio, i Malaspina e i Nogarola posti al bando e i loro beni confiscati.
Ad aggiungere alla tragica beffa, i funerali di Bartolomeo si svolsero con ipocrita pompa anche se a tutti appariva chiara la macchinazione del perfido Antonio.
Circondatosi di una corte di adulatori e infidi personaggi, Antonio allontanò chiunque avanzasse critiche al suo dissoluto comportamento, come Guglielmo Bevilacqua, membro di una delle famiglie da sempre a fianco dei della Scala e che era stato designato tutore del giovane Antonio dallo stesso Cansignorio. Bandito da Verona dopo che gli furono confiscati i beni, il Bevilacqua si rifugiò presso i Visconti diventandone consigliere e meditando da Milano la propria vendetta.
Antonio sposò la figlia del signore di Ravenna, Samaritana da Polenta. Le cronache dell'epoca la ricordano come una donna di straordinaria bellezza, avida, dissoluta e amante del lusso sfrenato.
Notevole fu il suo contributo nell'accellerazione dell'ormai segnata fine della gloriosa famiglia della Scala. Antonio, accecato dalla passione per la consorte si lasciò andare a spese folli per compiacere la sete di sfarzo della bionda Samaritana. Fece smontare la corona che Mastino II, nel suo delirio di potere, aveva realizzato quando ancora sognava un destino regale per la casata scaligera. Con le pietre preziose adornò le vesti della moglie. Alla continua ricerca di denaro, venne anche abolita l'usanza di sfamare i poveri della città.
Dal matriomonio, celebrato a Ravenna il luglio del 1382, nacquero Polissena, Taddea e Can Francesco.

 

La dominazione viscontea

 

Nel 1385 il potere visconteo passò nelle mani di Giangaleazzo che mosse deciso su Verona. Al nuovo signore di Milano, prototipo del signore rinascimentale, violento e amante della cultura e dell'arte, si allearono Francesco da Carrara e gli Estensi nel tentativo di riequilibrare il crescente potere veneziano in terraferma.
Antonio, ormai accerchiato, tentò l'alleanza con la Serenissima, ma nel giugno del 1386 subì una pesante sconfitta alle Brentelle, nei pressi di Padova. Nella battaglia lo stesso Cortesia Serego e il fratello della moglie di Antonio, Ostasio da Polenta vennero fatti prigionieri.
Gli scaligeri vennero nuovamente sconfitti a Castagnaro nel marzo del 1387.
Agli alleati non restava che spartirsi le spoglie dei territori scaligeri.
A Giangaleazzo Visconti andò la zona compresa tra il Garda e l'Adige. Ai Carraresi andò il territorio vicentino.
Guglielmo Bevilacqua e Spinetta Malaspina vedevano giungere l'ora della vendetta. Messisi in contatto con un gruppo di congiurati all'interno di Verona, riuscirono a farsi aprire le porte della città, entrandovi con 300 armati la notte del 17 ottobre 1387. Antonio, avvisato di quanto stava accadendo, salito a cavallo, percorse la città cercando di animarne le difese. Il popolo, stanco ormai del dissoluto potere scaligero, lo ignorò. Quanto tempo era passato da quando i primi scaligeri erano stati acclamati signori di Verona a furor di popolo.
Ad Antonio non restò che arroccarsi con la moglie e i figli nel mastio di Castelvecchio assediato dalle truppe viscontee ormai entrate a Verona. Il Bevilacqua, esiliato pochi anni prima, si presentò a trattare le condizioni della resa ma venne sdegnosamente respinto.
In un ultimo, disperato tentativo di salvezza Antonio offrì la città all'imperatore Venceslao di Ungheria chiedendo di rimanervi come vicario. Tradito dagli stessi messi imperiali, la città cadde definitivamente in mano ai Visconti e ad Antonio non restò che la fuga. Assieme ai figli e alla moglie trovò esilio a Venezia.
Antonio morì di lì a poco in provincia di Forlì, mentre tentava di raggiungere la Toscana per un disperato tentativo di raccogliere e riorganizzare i soccorsi.
Samaritana, venduti progressivamente per potersi mantenere gli amati gioielli che le erano stati donati da Antonio finì in miseria con la modesta pensione che il governo veneziano concedeva alle persone indigenti.

 

L'unico figlio maschio di Antonio, Can Francesco, morì ancora in giovane età.
Guglielmo della Scala, superstite dei figli legittimi di Cangrande II, tentò un ultimo disperato tentativo di restaurazione scaligera a Verona nel 1404. Il popolo, caduto dalla padella scaligera, nella brace viscontea, sembrò sperare ancora negli antichi signori di Verona e lo acclamò al grido di "Scala, Scala!". Guglielmo era però malato e morì dopo soli dieci giorni dal suo ingresso trionfale. I suoi figli, Brunoro e Antonio, arrestati dai Carraresi, furono imprigionati a Padova.
Si chiudeva tristemente e definitivamente l'era scaligera. In poco più di cento anni gli scaligeri erano saliti al potere rendendo Verona capitale di un territorio sempre più vasto, peso importante nell'assetto politico del nord Italia, temuta e rispettata dalle potenze vicine, meta di artisti e poeti. Le donne scaligere erano andate in sposa a rampolli di famiglie nobiliari di mezza Europa, avevano raggiunto l'apice per poi discenderne rapidamente, vedendo nel giro di pochi anni ridotti i propri possedimenti, finendo in miseria e quasi dimenticati dalla Storia.
I figli di Guglielmo, una volta rilasciati, trovarono rifugio presso l'imperatore Sigismondo di Baviera cui erano legati da vincoli di parentela matrimoniale. Il nome della casata fu cambiato in un più germanico Herren von der Leiter. Nicodemo della Scala, anzi der Leiter, divenne Vescovo di Frisinga, Brunoro ricevette dall'imperatore il titolo di governatore di Verona e Vicenza, nella speranza che potesse diventare strumento dell'espansione imperiale oltralpe.
Un ultimo fallimentare tentativo di restaurazione scaligera si ebbe nel 1412. Ormai la popolazione aveva accettato e sposato la più concreta causa veneziana. Discendenti di Mastino e Cangrande sono ancora oggi sepolti nella cappella di Ratisbona e nella Oberen Franziskaner Kirche di Ingostadt.

 

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